CasaCampidanese

Da wikiort.

La Casa Campidanese

"La Casa Campidanese" è un progetto di Cohousing intergenerazionale nato a partire da esperienze del 2012 sull'invecchiamento attivo promosso dalla UE. Vedi Progetto Argiolas sulla Terza Età e la Solidarietà Intergenerazionale. L'obiettivo è utilizzare gli anziani come risorse attive a favore dei giovani e di sè stessi rivedendo i modelli dell'abitare nelle metropoli, nelle periferie, in campagna, o in villaggi turistici. Ognuno di questi ambienti consente varie modifiche allo stile di vita che possono consentire una vita più sana e attiva oltre l'età pensionabile. Nello stile di vita hanno un ruolo fondamentale le attività motorie, ma rivolte ad un fine pratico o culturale, l'esercizio fisico, che non sia una interazione con le macchine, una dieta scientificamente provata e contestuale alle tradizioni locali, le attività culturali, cognitive, artistiche tipiche della nostra specie, le relazioni sociali tipicamente intergenerazionali, spezzate oggi dal rapido evolversi della situazione storica che ha visto il passaggio da un'economia agricola, ad una industriale, ad una post-industriale finanziaria dai contorni indefiniti. Per disporre di questi pre-requisiti il progetto "La Casa Campidanese" si basa su alcune tessere di un complesso mosaico che sono:

Tutto questo è possibile e strettamente necessario per l'emergenza del problema anziani e del problema dell'occupazione giovanile.

Il primo Focus Group

Questa la sintesi di uno dei primi Focus Group relativi al



La governance del progetto

Lo spirito del progetto è "ottenere di più con meno" (More with Less). Si tratta di ragionare e progettare con una logica biologica (dal basso all'alto) anzichè burocratica (dall'alto al basso). Anzichè investire a pioggia e investire su costose infrastrutture in previsione di una diffusione generalizzata del modello, si può procedere così: costruire uno o pochi prototipi, inseriti in contesti favorevoli e quindi poco costosi, testarli in corso d'opera implementandoli (try and learn), diffondere il DNA così costruito in contesti favorevoli dove possa essere ereditato, trascritto, modificato, realizzato per nuove linee di sviluppo. In questa strategia ogni prototipo deve avere sin dall'inizio i mezzi per camminare sulle proprie gambe. E' la stessa strategia utilizzata dal sistema operativo Linux e dal FOSS (Free Open Source Software), basata su un un risparmio rigoroso nell'input, nell'output, nel processo di elaborazione (efficacia/efficienza). Assomiglia alla strategia evolutiva degli Amniota, gli organismi quali uccelli, rettili, mammiferi, che si sviluppano a partire da un uovo (Amnios) che contiene in sè le sostanze necessarie per sviluppare un individuo completo di tutte le funzioni. Gli sviluppi locali della Casa Campidanese, dotati delle strutture necessarie, in caso di successo si possono espandere a macchia d'olio nelle direzioni che raccolgono l'esempio. Questa strategia è possibile (come nel caso Linux) solo con un forte coinvolgimento di chi vi partecipa. Il mezzo individuato per realizzare una partecipazione costante e attiva al progetto da parte di tutti gli attori che ne fanno parte è l'utilizzo di processi decisionali basati su Focus Group. I Focus Group sono stati utilizzati in modo efficace da un decennio da alcuni sociologi di Padova per la gestione dell'integrazione degli immigrati. L'obiettivo è riattivare tutte le risorse non utilizzate come gli anziani, i territori in corso di spopolamento ricchi di aria, acqua, terra pulite, ricchi di paesaggio, storia, cultura, rigenerare infine i quartieri urbani e metropolitani. La presenza di molte tessere fondamentali ci ha consigliato di testare il progetto in Sardegna[1] con il progetto intenzionalmente chiamato "Casa Campidanese"[2]. Un modello di governance studiato per l'ambito metropolitano di Milano ma valido in generale per la sua strutura bottom/up (dal basso all'alto):

Qui la mappa ragionata dei vari progetti cui La Casa Campidanese si collega:

Il progetto Casa Campidanese mira ad implementare le emergenze positive rilevate nell'analisi di B.Meloni avviando dei processi autopropulsivi basati su prototipi efficaci e significativi. Gli stakeholder del progetto sono i residenti nei comuni delle Aree Interne, i turisti semi occasionali con la tendenza a "restare", gli ex emigrati dalla Sardegna, gli anziani ed i giovani interessati a progetti intergenerazionali di agricoltura multifunzionale (progetti che prevedono pluriattività non agricole come il telelavoro, il lavoro culturale, i servizi alle comunità locali in sviluppo). Ma gli stakeholder possono essere anche i cittadini delle aree metropolitane che si possono rigenerare con l'attivazione di Parchi Agrari Metropolitani, nonchè i residenti o i vacanzieri delle variegate situazioni delle aree costiere che potrebbero contare su un entroterra e su aree metropolitane capaci di forti attrazioni multifunzionali. A tutti questi si aggiungono gli attori istituzionali quali Comuni, Aree Metropolitane, Regione Sardegna, imprenditori agroalimentari e turistici, istituzioni di ricerca. Il metodo di coordinamento già testato è quello della ricerca-azione sociologica basata sulla elicitazione degli stakeholders tramite Focus Group e interviste strutturate o semi-strutturate. Questo permette la costruzione di Comunità di Pratica basate sull'obbiettivo condiviso di comunità intergenerazionali nuove o rinnovate. È in fase di definizione uno staff operativo professionale per la costruzione degli eventi necessari alla implementazione del progetto con proposte cultural-popolari diffuse e auto-organizzate basate su web e feste popolari.

Note

  1. Perchè la Sardegna? Perchè la Sardegna ha conosciuto il fallimento dei vari modelli di sviluppo: inserimento locale di industrie manifatturiere e di servizi che si sono dileguate, turismo balneare che ha modificato pesantemente l'assetto ecologico delle coste, servitù militari, sviluppo di conurbazioni che hanno spopolato l'interno, ricerca scientifica senza legami col territorio. Questi problemi sono tipici anche delle Regioni più "ricche", come Veneto, Lombardia, Emilia Romagna. Ma in Sardegna questi problemi sono stati aggravati pesantemente da decenni, se non secoli, di sfruttamento di tipo "coloniale". La Sardegna ha resistito grazie alla sua sociologia robusta, tradizionale, resiliente, basata sulla famiglia, su una famiglia estesa in cui il ruolo femminile è importante. E cerca di ripartire dalle sue proprie risorse di Natura e Cultura. Da "L'Unione Sarda" del 23.07.2016 pag.18: "I settori su cui la Regione punta sono noti: turismo naturale e culturale (<<non ci interessa un modello Baleari>>, dice Paci), agroindustria, ovvero <<valorizzazione e scoperta dei territori; manifattura e ICT, settore che oggi annovera ben 2.634 imprese in Sardegna". Paci è l'assessore al Bilancio della Giunta regionale sarda, ICT sta per Information e Communication Technology, l'informatica hardware e software. Andando nel particolare, due sono i punti del "modello sardo" che vanno attentamente rivalutati. Mentre in Italia il 76% delle badanti e delle colf sono straniere, in Sardegna la percentuale è ribaltata: il 79% sono italiane (92% donne) ed in gran parte parenti degli assistiti. Questo è stato reso possibile dalla legge regionale 162/98 che finanzia l'assistenza ai disabili. Questo da un punto di vista strettamente sociologico ha rinforzato le relazioni familiari o "familistiche di cura" ridando alle donne un ruolo economico culturale centrale. Da "L'Unione Sarda" del 26.07.2016 pag.12: "Le donne sarde accettano di fare le colf o di assistere gli anziani perchè non ci possiamo permettere di evitare certi lavori". Questo processo innesca dei rapporti "culturali" intergenerazionali. Altro aspetto importantissimo è quello sottolineato da Michele Carrus, segretario regionale Cgil della Sardegna: "L'Istat ha da poco messo in evidenza il ritorno degli italiani al lavoro domestico ed al bracciantato agricolo. La manodopera italiana è ritornata nelle campagne: fino a poco tempo fa questi erano impieghi considerati appannaggio esclusivo degli stranieri". Quindi i due aspetti sono una risposta resiliente alla crisi, che si appoggia su un antico modello di "sviluppo" reinterpretato e modificato. Il ritorno all'agroalimentare non è un astratto ritorno al "territorio", ma l'unico modo razionale di prendersi cura dello stesso con l'agricoltura, con il mantenimento idrogeologico e forestale, con poduzione e trasformazione del cibo. Questo processo innesca dei rapporti "naturali" intergenerazionali. Il primo aspetto (cura degli anziani e "cura" in generale) è indirizzato dal Progetto Argiolas. Il secondo aspetto, sviluppo agroalimentare e territorio, è sviluppato dal progetto Agricoltura Multifunzionale. Entrambi sono unificati nel Progetto Casa Campidanese. Le tecnologie necessarie, tra cui lo ICT, la Longevità, lo sviluppo sostenibile dell'agroalimentare, sono tutte pronte, disponibili, testate. Si tratta solo di utilizzarle tramite una riattivazione sociale del tessuto comunitario sardo. Ben sapendo che la tecnologia è essa stessa una costruzione sociale. Vedi Sardegna Virtuosa - Sei Storie di successo, ed anche Il Laboratorio dei Sindaci a Cagliari e il GAL del Sinis.
  2. Le case risalenti al secolo scorso si presentano esternamente con un portale d'ingresso ad arco adornato con fregi artistici oppure con le iniziali del padrone di casa. All'interno compaiono la stalla, la cantina, il portico e il cortile, dove si trovano piante di agrumi e l'immancabile pozzo. L'edificio principale costruito su due piani è realizzato con una struttura portante in mattoni di fango e pilastri in mattoni laterizi pieni. L'elemento archittettonico caratteristico è il loggiato, meglio noto come "sa lolla", destinato ad aprire la via a tutte le stanze interne della casa. La copertura di quest'ultimo ambiente è realizzata con orditura lignea costituita da travi originali ed incanniciato, le cui canne sono legate singolarmente con spago vegetale a "sa canna maista" che corre nell' interasse de "is crabiolas". Nelle abitazioni dei più agiati era presente anche "sa mola", la macina per il grano.